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Normativa UNI 9723

Con la pubblicazione e l’entrata in vigore della norma UNI CNVVF 9723 è cambiata la collocazione prestazionale di un prodotto testato in rapporto al precedente standard della Circolare n. 91 a cura del Ministero Interni.
In particolare sono caduti con il nuovo testo gli aspetti interpretativi opinabili e nel contempo si sono definite più severe misure tali da rendere in molti casi più punitivo il risultato finale, sintetizzabile nella ben nota sigla REI o talvolta RE.
Di qui l'affermazione che "vecchie" REI 90 e REI 120 saranno fortemente declassate con l'introduzione delle nuove regole. Vediamo perché.
Intanto una precisazione superflua agli addetti ai lavori, ma che può risultare utile per il ragionamento successivo.
REI è una sigla introdotta con il D.M. 30/1 1/ 83 e significa:

perdita di stabilità (R)
passaggio di fuoco e fumo (E)
perdita di isolamento (I)

Nella Circolare n. 91 veniva regolamentato solo il criterio I; tale parametro veniva a mancare quando la media delle temperature registrate dai termosensori posti sulla faccia non esposta all'azione del fuoco (almeno 3) raggiungeva i 50° C assoluti.
Orbene, pur rimanendo inalterato il significato del REI, nella norma UNI 9723 i parametri R, E ed I si determinano in modo diverso.
Ad esempio, la perdita di isolamento I accade quando l’ incremento della temperatura media sulla faccia non esposta rispetto all'ambiente è di 140 °C ed anche quando l'incremento massimo della temperatura, sempre rispetto all 'ambiente, è di 180 °C. Come si può notare la novità non è da poco: oltre all' introduzione del concetto di incremento di temperatura, viene posto anche il limite superficiale massimo. Basta infatti che un solo valore registrato sulla faccia non esposta al fuoco superi di 180 °C la temperatura ambiente, perchè la prova debba considerarsi virtualmente conclusa.

Prova della perdita di tenuta E

Altro esempio è la perdita di tenuta E; essa è verificata mediante l'uso di un batuffolo di cotone già descritto nella norma ISO CD 834.
In pratica, si controllano le fuoriuscite di gas caldi passando di fronte alle fessure degli elementi isolanti un tampone di cotone idrofilo per un determinato tempo; l’incendio o meno del tampone determina la perdita di tenuta.
Si diceva dunque di prova virtualmente conclusa dal momento che la durata della stessa è definita dai minuti primi per i quali sono soddisfatti i parametri R, E ed I di cui sopra (REI 120 significa soddisfacimento delle condizioni per 120 minuti).
Ciò cambia radicalmente i termini del problema: prima non interessavano le temperature massime ma solo la media e comunque in 3 punti dall'anta.
Ora interessano medie e massime in molti punti dell'anta, del telaio, delle guide, delle battute d'arresto. dei sistemi di blocco e altro ancora.
E sì, perché il concetto di temperatura superficiale massima è introdotto sia sul telaio o altri componenti fissi, sia sul l'anta o altre superfici mobili, sempre non esposte al fuoco. Numericamente il T massimo rispetto alla temperatura ambiente è 180 °C in alcuni casi e 300 °C in altri.
Ecco che prende forma e spiegazione l'affermazione che saranno probabili drastiche riduzioni della durata di prova per prodotti non curati in tutti i componenti costituenti la porta, ma in generale in tutte le tipologie di elementi mobili o fissi di chiusura delle aperture in pareti di compartimentazione.
Una esemplificazione su tutte: il numero dei sensori.
Tre nella vecchia Circolare n. 91 , fino a 5/6 volte tanto nell’attuale versione normativa.

Secondo punto sostanziale di diversità: la prova di resistenza al fuoco deve essere effettuata su entrambe le facce, contemporaneamente o in successione, utilizzando campioni diversi.
La filosofia di tale scelta è ovvia; in molti casi non sappiamo a priori dove il fuoco si svilupperà in situazione reale, pertanto la porta tagliafuoco dovrà risultare tale da entrambe le parti.
Esiste invero una casistica per la quale l'obbligo della doppia verifica decade, ma lo spirito e la chiave di lettura rimangono inalterati.
Anche qui il commento appare superfluo.
Il concetto di dover considerare che la porta possa sopportare l'incendio che si sviluppa in un senso o nell'altro cambia radicalmente il criterio di progettazione, qualora non si tratti di manufatti simmetrici, cosa che per definizione di porta non avviene spesso; forse l'unico caso risulta essere quellodelle porte a ventola.
Ancora: il test di invecchiamento.
Novità niente affatto trascurabile nell’economia funzionale di un prodotto fatto per aprirsi e chiudersi tante volte e dunque destinato ad usurarsi nel tempo.
Bene, la porta deve superare il test di resistenza al fuoco dopo aver sopportato 5.000 cicli di apertura/chiusura, sotto l'azione di una forza di 50 N/m2 di superficie per angoli di 5° per porte ad ante battenti ed apertura completa per porte scorrevoli. Non male come severità per ferramenta, telai, elementi di supporto ma soprattutto per le ante i cui pacchi coibenti sono spesso formati da compositi assemblati con cura e talvolta delicati.
Risulta evidente che l'utilizzo di materie prime, semilavorati o lavorati non durevoli, fragili e deteriorabili comporta brutte sorprese in sede di successiva esposizione al fuoco del forno, così come hanno vita dura l'applicazione di resine degradabili, ignifughe sì, ma non nel tempo, veri e propri artifici ad hoc per la prova di laboratorio.
E che dire di pacchi di lana minerale di densità bassa, o di giochi tra ante e telai con tolleranze infinitesimali non reali o altro ancora?
Un'altra diversità: la UNI 9723 prevede che, durante 1’esposizione al fuoco del campione, la camera di combustione, ad un'altezza di 1/3 H del medesimo, debba essere pressurizzata a 0 +/- 2 Pa; ciò significa avere alla sommità dell'elemento in prova una pressione positiva in grado di agevolare la fuoriuscita di gas caldi.
Un ulteriore tassello per l'affermazione di cui sopra: norma più severa, declassamento più che probabile a parità di prodotto.
Ora, dal momento che le richieste degli organi di controllo rimangono le stesse permantenere i medesimi standard prestazionali (stessa classe) risulta necessario aumentare la qualità del prodotto.
Il presente articolo non intende approfondire tutti gli aspetti salienti della norma UNI 9723 in rapporto alla Circolare n. 91 ma solamente fornire alcuni elementi di riflessione, i più eclatanti, del perchè si è di fronte a una nuova generazione di prodotto e del perchè di questo mutamento di indirizzo.
Giova ricordare a tale propositoche l'Europa gioca un ruolo sostanziale sull'argomento, nel senso di una perequazione di prestazioni di manufatti che circolano ormai in un libero mercato e che quindi debbono essere confrontabili fra loro.
Così, se è vero che ancora una norma comune non c'è, è anche improponibile il mantenimento di standard troppo diversi da quelli presenti nella naggioranza dei paesi comunitari.
E lo standard, si sa, fa la qualità, la qualità il prezzo. Una REl 90 italiana potrà allora costare un quinto della analoga tedesca?
No in un libero mercato comune. Bene, la UNI 9723 è il tentativo italiano di eliminare e limitare equivoci interni e di portare il tasso qualitativo nazionale ai livelli dei paesi tecnologicamente più evoluti in fiduciosa attesa del dettato normativo armonizzato

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